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Impianto di betonaggio. Per il Tar è illegittimo PDF Stampa
Scritto da Maurizio Marcon   
martedì 24 giugno 2003

Il Tar accoglie il ricorso di 13 artigiani della zona industriale e sentenzia che l'impianto di betonaggio è illegittimo. La prima sezione del Tribunale amministrativo del Veneto, nell'annullare la concessione edilizia rilasciata dal Comune, nell'ottobre del 1994, alla Franco Daniele sas, cui è subentrato nell'attività la General Beton Triveneta srl, annulla anche l'autorizzazione rilasciata dalla Provincia per "l'installazione all'impianto per la produzione di calcestruzzo preconfezionato". Ma soprattutto il Tribunale amministrativo riconosce che questo tipo di impianto è "un'industria insalubre di prima classe" e quindi deve sorgere, come tutti gli impianti insalubri, "isolata nelle campagne e tenuta lontana dalle abitazioni", a meno che l'industriale "provi che, per l'introduzione di nuovi metodi e speciali cautele, il suo esercizio non reca nocumento alla salute del vicinato". Una cosa ben diversa da quel che succede a Eraclea. La sentenza dal Tar critica l'amministrazione pubblica, nel concedere e tollerare, per 9 nove anni, quell'impianto inquinante; non viene risparmiata la stessa Asl, che pur in presenza di un impianto inquinante (che dovrebbe stare a 500 metri dalle abitazioni) ha espresso parere favorevole ("senza evidentemente fare un sopralluogo" suppongono i giudici del Tar) in vicinanza di abitazioni e attività artigianali quali una carrozzeria e un laboratorio di pasticceria, che sarebbero "concretamente danneggiate dalle immissioni - in particolari polveri - derivanti dal nuovo impianto". Ma il vero motivo dell'annullamento delle concessione edilizia comunale e dell'autorizzazione provinciale a produrre calcestruzzo, è che non sarebbe stata rispettata la destinazione urbanistica dell'area prevista dal Prg, sì inserita in una zona produttiva, ma priva dello strumento urbanistico attuativo. Tra le altre facilitazioni avute dalla Franco Daniele sas per installare l'impianto di betonaggio, i giudici ricordano come questo sorga in terreno di 5mila metri quadri affittato dallo stesso Comune. Ora, teoricamente, l'impianto dovrebbe aver cessato l'attività, ma in realtà continua ad operare, con ancor più rabbia da parte delle abitazioni e attività confinanti, che pure avendo il Tribunale amministrativo riconosciuto i loro diritti si trovano ancora con le polveri di calcestruzzo. L'avvocato dei 13 artigiani, Maria Teresa Borgato Pagotto, ha così inviato una lettera a Comune e Impresa invitandoli a rispettare la sentenza del Tar, pena il ricorso alla denuncia penale. Nel frattempo è già stata avviata la causa civile per la richiesta di rimborso danni.

Articolo tratto da "Il Gazzettino" © edizione di Venezia del 24.06.2003
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