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Gli hanno distrutto l'azienda PDF Stampa
domenica 27 marzo 2005

data pubblicazione: 27 marzo 2005

ImageGli hanno distrutto l'azienda, prosciugandola della liquidità e facendo perdere il lavoro a 100 persone, lo hanno poi fatto finire nei guai con la giustizia denunciandolo per falso in bilancio e oggi, da persona benestante che era, si ritrova senza più soldi e con il rischio concreto di perdere la casa. Anche se il termine "kafkiano" è a dir poco abusato, la situazione di Roberto Canzian, settantasettenne imprenditore di Eraclea, non potrebbe essere definita altrimenti. Lui che pensava di aver venduto l'azienda ad un gruppo di imprenditori seri non solo è rimasto con un pugno di mosche, ma ha dovuto combattere per anni per difendersi dalle accuse per ciò che non aveva fatto (la sua posizione è stata archiviata di recente). Dulcis in fundo, nelle scorse settimane la sua casa è stata venduta all'asta anche se il passaggio di proprietà non è stato ancora perfezionato perché il giudice ha sospeso la pratica, una volta venuto a conoscenza del decreto di archiviazione per il Canzian. «Mi hanno preso tutto: l'onore, il prestigio, i soldi e ora anche la casa - dice Canzian, che tuttavia non si è mai arreso - ma non deve e non può finire così». La vicenda è abbastanza intricata ed è opportuno partire dall'inizio, nel 1999, quando Canzian era titolare assieme alla figlia della Cdc Cachemire, azienda con 100 dipendenti con sede a Stretti di Eraclea.

LA VENDITA - «Decisi di ritirarmi nel 1999 - racconta Canzian - ma volevo che subentrasse qualcuno di fidato, qualcuno in grado di portare avanti l'attività e mantenere il lavoro di tutti. Nel 2000 si presentarono C. G. e R. P., i quali si presentarono come soci di una società con 5 miliardi di capitale sociale e una solida reputazione. Dal momento che io volevo andarmene, raggiungemmo l'accordo per la cessione dell'80 per cento delle quote per il loro valore nominale più una consulenza di un anno per me così da permettere il passaggio delle consegne e, infine, la liberazione entro due anni da tutte le fidejussioni personali dei soci presso gli istituti di credito e specialmente l'ipoteca sulla casa».

Al momento della firma del contratto, però, ci fu una prima sorpresa. «Dal notaio trovai che la vendita riguardava il 100 per cento e non l'80 come pattuito. Firmai lo stesso, ma me ne pentii subito, in quanto cambiarono le serrature immediatamente e mi fu impedito di entrare in azienda. Poi esaurirono i conti correnti della società, la cui sede legale fu trasferita dopo 20 giorni circa presso lo studio di un avvocato (oggi sotto inchiesta) a Montecatini mentre l'azienda veniva messa in liquidazione. La Prefettura chiamò però me per rendere conto di alcuni assegni postdatati finiti in protesto: risposi che non era più affar mio ma che avrei trovato delle valide giustificazioni per dimostrarlo. Invece, tra i fornitori ci fu anche chi mi ricattò per scrivere una dichiarazione». Ovviamente, Canzian non ricevette una lira per la cessione della sua azienda.

SOTTO INCHIESTA - Canzian finì sotto inchiesta con l'accusa di falso in bilancio e la denuncia era stata presentata proprio dagli acquirenti della Cdc Srl, i quali lo accusavano di aver truccato i bilanci degli anni 1997 e 1998. La guardia di finanza, coordinata dal sostituto procuratore Massimo De Bortoli, dimostrò però che le accuse erano totalmente infondate e per questo il magistrato chiese al Gip di archiviare l'inchiesta in quanto la denuncia "può dirsi infondata, pretestuosa e strumentale perché finalizzata a fornire un'apparente giustificazione al mancato pagamento del corrispettivo dovuto a Canzian per la cessione della sua quota nella Cdc". La richiesta è stata accolta il 14 gennaio di quest'anno dal Gip Daniela Defazio, che ha riconosciuto in pieno la motivazione espressa dal Pm.

LA BANDA - Parallelamente all'inchiesta in corso per Canzian, anche i suoi persecutori finirono nei guai, tanto che la guardia di finanza e il Pm Massimo De Bortoli scoprirono un'attività di acquisizione di società e il loro successivo svuotamento con danni per oltre 25 milioni di euro a 13 società, che occupavano più di 500 lavoratori. L'indagine era partita proprio dal fallimento della Cdc, alla quale furono sottratti un milione 291 mila euro in crediti e macchinari per 258 mila euro. Tra le persone indagate (tra l'altro di associazione per delinquere) figurano non criminali comuni, ma un avvocato, un ragioniere commercialista, un consulente del lavoro, un direttore di banca oltre ad altri soggetti che hanno figurato come amministratori e liquidatori delle società decotte. Insomma, per il pubblico ministero erano tutti d'accordo per spartirsi le prede che via via individuavano.

In relazione a Canzian, che in questo procedimento è parte offesa, sono accusati di truffa in concorso R. P. di Pistoia, V. V. di Montecatini, C. G. di Rosolina, F. S. Lendinara e F. M. di Bologna. Per queste persone (ed altre in relazione ai fallimenti delle varie società per associazione per delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, all'evasione fiscale e al riciclaggio) il Pm ha chiesto il rinvio a giudizio.

LA CASA - La casa finita all'asta era stata intestata alla figlia di Canzian, proprietaria del 50 per cento di quote della Cdc e da lei utilizzata come garanzia per i debiti della società. Canzian ha però chiesto la dichiarazione di nullità della vendita perché la villa era stata abitata sempre da lui per usucapione sarebbe divenuta di sua esclusiva proprietà. Inoltre ha dimostrato di essere stato vittima di una truffa che ha portato la Cdc al fallimento, di cui lui non poteva essere responsabile.

Michele Fullin

Articolo tratto da "Il Gazzettino" © edizione di Venezia del 27.03.2005
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